INSULTA QUOTIDIANAMENTE LA MOGLIE: CONDANNATO
Una donna accusava il marito di tenere un comportamento oppressivo nei suoi confronti tra le mura domestiche, comportamento reso ancor più grave da alcuni rapporti sessuali ‘obbligati’. La battaglia legale terminava con la condanna del marito per maltrattamenti in famiglia, per aver sottoposto la moglie a continue vessazioni, percosse e violenze e avendola anche costretta a subire atti sessuali contro la sua volontà, comportamenti caratterizzati dalla ripetitività ed ossessività delle condotte tenute dall’uomo. La Cassazione, pronunciandosi, confermava la responsabilità penale dell’uomo, ritenendo che le condotte dell’uomo fossero catalogabili come maltrattamenti in famiglia, in quanto connotate da ripetitività tale da costituire quella continuità ed abitualità che configurava la condotta materiale del reato, dovendo questa consistere nella sottoposizione del familiare ad una serie di sofferenze fisiche e morali che, isolatamente considerate, potrebbero anche non costituire reato. Gli episodi caratterizzanti la quotidianità della donna erano stati di prevaricazione, con continui insulti: “sei una scrofa; come sei brutta; copriti, fai schifo; sei grassa; dovrei cambiare le porte perché non ci entri più; tra dieci anni ti cambio con una più giovane e più bella”, pronunciati nella quotidianità della vita e non solo nel corso di litigi. In più, le aveva fatto mancare i mezzi finanziari necessari per l’acquisto di beni di prima necessità e si era reso responsabile di sporadiche condotte violente.
Data la ripetitività e l’abitualità delle condotte dell’uomo, era logico, quindi, dedurre l’esistenza di un suo abituale comportamento vessatorio ai danni della moglie, la Corte rigettava dunque il ricorso confermando la condanna dell’uomo per maltrattamenti familiari.
(Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza n. 34351 del 3.12.2020)
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